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Lezioni da apprendere dal caos-pandemia
hbritalia.it

Alla conclusione della Fase 1 del lockdown Covid19, viene naturale la domanda: cosa cambierà nei comportamenti delle persone e delle imprese? I due mesi di blocco di gran parte delle attività produttive e del fermo a casa hanno determinato ansie, paure, tensioni, ma hanno anche mostrato nuove esigenze e modi diversi di vivere e di comportarsi su cui può essere utile riflettere per il futuro.

 

La scoperta del tempo

Siamo passati da un fare quotidiano spesso frenetico, in cui il fattore tempo era in parte privo di significato e la nostra scusa abituale era, “non ho tempo…. per fare altre cose”, per entrare in un lungo percorso in cui abbiamo riscoperto il tempo, quasi spaventati di averne tanto da riempire. In queste settimane abbiamo avuto tempo per pensare (quando ne siamo stati capaci): alla nostra famiglia, alla nostra vita, alle cose che abbiamo fatto, a quelle che non abbiamo fatto. Abbiamo scoperto che potevamo anche non far niente, avere una mente libera, leggere libri senza fretta.

La domanda è se riusciremo a trattare il valore del tempo, che abbiamo scoperto per caso, anche dopo la clausura, rientrando nella routine quotidiana. E se può essere utile ritrovare spazi di tempo per pensare, per correre meno, per non dire mai più “non ho tempo”. E anche per vivere la vita e fare le cose in modo diverso, dando peso a ciascun momento, a ciascun incontro. A distinguere le cose che contano dalle cose che invece non sono realmente importanti e non lasciano traccia, ma sono imposte dalla nostra fretta e spesso da automatismi fuori dal nostro controllo. 

 

Il rilancio di nuovi consumi

Stare bloccati in casa ha modificato molti comportamenti di consumo concentrandoli sul cibo, su video o anche su libri, eliminando gran parte dei beni non di prima necessità. Comportamenti imposti dalle particolari condizioni di vita che probabilmente post lockdown si potranno tradurre per molti in un ritorno alle precedenti abitudini, ove possibile. Ci si può chiedere invece se questa esperienza non possa portare a modificare decisioni di acquisto e di consumo verso forme di maggiore sobrietà e selettività sperimentate durante il lockdown, considerando anche le condizioni di fragilità economica generate dal Coronavirus, in termini di minor reddito disponibile di tante famiglie e di un’incertezza che comporta inevitabilmente una crescita della propensione a risparmiare, contenendo i consumi.

Ma occorre pensare a come sviluppare nuovi consumi e nuovi comportamenti quando si manifesterà il rilancio economico dopo la crisi, quando le esperienze maturate potranno portare a ricercare prodotti e marchi in grado di garantire controllo di qualità, sicurezza, selettività ed essenzialità.

 

Dall’isolamento alla riscoperta di nuove relazioni

Covid-19 ci ha fatto sentire più fragili, più isolati, più esposti a paure, a rischi, agli imprevisti che cambiano la vita. Ma contemporaneamente ha fatto nascere anche un bisogno di relazioni vere, impedite dal lockdown e certamente limitate anche in prospettiva per il proseguimento di forme di distanziamento. È divenuto evidente che solo relazioni piene e interattive tra le persone possono dare serenità e senso di sicurezza. Non poter incontrare persone, camminare per strade vuote produce spaesamento.

C’è un forte bisogno di tornare a una vita normale, cercando di recuperare quanto si è perso, pur sapendo che l’epidemia non è finita e che la tracking app che risuona per avvisarci di un incontro con un contagiato non è un fattore rassicurante. Appare chiaro che le relazioni di un tempo, le visite agli amici, le chiacchierate al bar saranno più difficili e complesse e richiederanno ancora contatti in videocall o social.

Ma il lockdown non ha soffocato la fantasia, anzi può averla moltiplicata e questa aiuterà a trovare nuove strade per reinventare relazioni, come è avvenuto con le tante comunità dei “balconi parlanti e cantanti”, facendo superare il rischio di isolamento e individualismo, purtroppo sempre presente. E forse si riusciranno a creare nuove possibilità di relazioni più profonde e una maggiore fiducia reciproca, aprendo a nuove esperienze di amicizia nei luoghi e nel mondo senza confini, unendo assieme fisicità e virtualità di contatti.

 

Solidarietà e welfare di comunità

In questi mesi ci si è resi conto di essere tutti sulla stessa barca, deboli e indifesi di fronte al virus, poveri e ricchi, giovani e vecchi, tutti esposti agli stessi rischi. Nel ‘300 la “peste nera” è stata una “grande livellatrice”, colpendo tutti indiscriminatamente, ma anche aprendo a un nuovo periodo di grande sviluppo culturale ed economico come il Rinascimento. Anche il Coronavirus ha colpito pesantemente e indiscriminatamente, ma può aprire a nuove grandi opportunità.

Il riconoscere una comune fragilità ha anche sviluppato un senso nuovo di solidarietà, in primis da parte di tutti gli operatori sanitari, dei volontari, della Protezione civile, delle forze dell’ordine, ma anche dei tanti cittadini e famiglie che si sono aiutati vicendevolmente, superando la paura del contagio.

Solidarietà e sostegno sociale sono valori fondamentali che proseguiranno, avendo chiaro che i prossimi mesi saranno forse ancora più difficili per perdite di lavoro e di attività, e per aggravamento di condizioni di povertà. Si è venuta manifestando una consapevolezza diffusa dell’esigenza di una crescente solidarietà, di aiuto concreto nei paesi, nei quartieri, nei fabbricati, una condivisione e presa a carico reciproca.

Forse da tale esperienza possono nascere dal basso nuove forme di welfare sociale collettivo ad opera di comunità aperte, con la creazione di fondi di comunità per condividere le necessità e operare assieme per affrontare la riscoperta del bene comune e la sua tutela condivisa.

 

Il digitale smart per un nuovo lavoro

In queste settimane si è stati obbligati a usare quotidianamente la comunicazione digitale per lavorare in remoto, spesso con disagi e impreparazione sui contenuti e sugli strumenti utilizzati. Il telelavoro a casa, attuato per necessità da 8 milioni di italiani, ha peraltro consentito di passare per la prima volta a un utilizzo diffuso di computer e strumenti digitali in rete. Questa esperienza ha fatto conoscere a tanti la possibilità di svolgere la propria attività con il supporto del digitale, superando pragmaticamente, anche se in forma spesso precaria, il ritardo che caratterizza da sempre l’Italia in termini di diffusione dell’uso delle reti digitali.

Le incerte condizioni esterne richiederanno anche in prospettiva di proseguire nel remote working (la pubblica amministrazione ritiene di mantenere almeno al 30% i propri dipendenti in remoto), possibilmente aprendo a nuove modalità di lavoro più strutturate in forma di smart working, cioè di lavoro in condizioni di maggiore autonomia, partecipazione e innovazione, e mixando lavoro in ufficio e a distanza, o in mobilità/ubiquità, come propone la legge 81 del 2017 sullo smart working.

La diffusione della tecnologia digitale e del lavoro a distanza sotto la spinta dalla crisi può quindi essere considerata un’importante opportunità di trasformazione del lavoro, degli aspetti contrattualistici con impatto anche sulle strutture organizzative aziendali e delle pubbliche amministrazioni, verso forme responsabilizzanti, di autonomia collaborativa e partecipazione agli obiettivi, verso il passaggio da mansioni a ruoli professionali. Con le modifiche determinate dal remote/ smart working, anche il rapporto tra lavoro e vita potrà auspicabilmente ridefinirsi in modo positivo per tutti.

La pandemia lascerà pesanti eredità negative sull’economia, sul lavoro e su tutte le attività per molto tempo ancora. Sarà necessario reinventarsi attività, nuovi modi di vita, nuove capacità, nuove forme di attività condivise. In questo può certamente aiutare l’utilizzo finalmente diffuso della tecnologia digitale in tutte le attività.

 

Salute dell’uomo e salute della terra

La lotta collettiva contro la pandemia deve insegnare anche a lottare contro l’inquinamento ambientale e a consumare meno risorse, natura, terra, e guardare alla salute nostra e degli altri. Il lockdown ha fatto riscoprire una natura più sana, cieli azzurri, meno Co2, assenza di polveri inquinanti, canali di Venezia trasparenti, un mondo che si era dimenticato.

Anche se, dopo il lockdown, questi cieli puliti resteranno un ricordo, è cresciuto il desiderio da parte di tutti di cercare di tenere più pulito il mondo. Ci si è resi conto che salute della terra e salute dell’uomo sono strettamente collegati, se non c’è l’una non c’è l’altra.

La salute è sempre più dipendente dal global warming del pianeta, dalle crescenti siccità e alluvioni; l’innalzamento dei livelli marini è causa di distruzione di luoghi e di vita: ne è esempio di Venezia, sotto attacco sia dal mare che dal virus. Al di là dell’incerta attenzione degli enti internazionali come il G7 o il G20 o dei rifiuti di Trump per gli interventi sul clima, i grandi fenomeni globali come le pandemie o le grandi crisi climatiche in progressiva accelerazione divengono problemi da affrontare globalmente e collettivamente da parte di tutti gli abitanti del mondo. 

Tutte le persone, le comunità nei loro comportamenti possono fare tanto per cambiare atteggiamenti, sprechi (non solo per la plastica) nella vita quotidiana. La pandemia globale, lo shock che ha colpito tutti i Paesi può e deve agire come rilancio della consapevolezza di tutti per rafforzare e sviluppare concrete azioni per la sostenibilità ambientale e sociale del pianeta.

 

Investire in ricerca e competenze

La pandemia ha riportato al centro dell’attenzione dei media e dei Governi la ricerca scientifica, la ricerca medica, le competenze scientifiche e mediche, valori che erano andati declinando in molti Paesi, in Italia come negli USA. Le scelte passate hanno determinato pesanti riduzioni degli investimenti in ricerca e nella spesa sanitaria. Lo stesso si è verificato nella formazione di competenze professionali in qualità e numero adeguati, non solo in sanità, ma in tutte le discipline scientifiche e con ridotti spazi di posti di ricerca in centri e laboratori, tanto che i migliori ricercatori italiani hanno dovuto operare all’estero per poter trovare ambienti e fondi adeguati.

Le situazioni di grave crisi sanitaria durante l’emergenza hanno portato a conoscenza di tutti la necessità e l’urgenza di dedicare rilevanti risorse alla ricerca scientifica, allo sviluppo di strutture permanenti di laboratori di analisi e ospedali attrezzati e alla formazione continua di competenze professionali in sanità, così come nelle tecnologie digitali e meccatroniche.

Questa consapevolezza generale creata da Covid-19 circa la necessità di dedicare rilevanti investimenti nella ricerca scientifica e nella ricerca medica deve trovare spazio urgente in programmi concreti.

Ma l’obiettivo deve essere ancora più ampio perché questa vicenda deve portare a una maggiore consapevolezza che, per affrontare con maggiore sicurezza e interventi ben strutturati e non emergenziali un futuro imprevedibile e complesso, occorre formare competenze professionali a tutti i livelli e in tutte le attività, con conoscenze interdisciplinari operanti in modo dinamico.

L’apparizione sempre più frequente dei cosiddetti Cigni Neri (le emergenze impreviste per salute, clima, economia, società) ha una dimensione planetaria e richiede stretta collaborazione e coordinamento da parte di tutti i paesi sempre coinvolti in contemporanea.

Forse la pandemia Covid-19 ha avuto un altro aspetto di opportunità, avendo forse iniziato ad insegnare ai Paesi dell’Unione Europea che il virus non conosce frontiere e che quindi occorre superare i nazionalismi e unire gli sforzi (economici e di ricerca) per combattere e vincere assieme.

 

Bruno Lamborghini è stato Chief Economist, direttore e amministratore con ruoli di presidenza nel Gruppo Olivetti, presidente dell’Associazione Archivio Storico Olivetti. È attualmente consigliere (e past president) di Prometeia, past president di AICA (Associazione italiana di informatica e calcolo automatico) e docente di Organizzazione aziendale all’Università Cattolica di Milano. È altresì presidente della Fondazione Amiotti di Milano (ente per l’innovazione dell’istruzione scolastica).